L’uomo della zaibatsu – Parte 1

settembre 6, 2010

Questo post potrebbe iniziare così:

… apro gli occhi. Il futon mi si appiccica alla schiena sudaticcia… il ventilatore che mi aiuta a sopportare l’afa settembrina gira ormai da più di 10 ore ininterrottamente. Non ho sentito ancora la sveglia, credo che sia un’ora imprecisata prima delle 6 del mattino (la avevo controllata prima, ed erano le 5 e qualcosa). Le 7.45. Sono in ritardo di un’ora e quarantacinque minuti. E’ lunedì…

… facciamo un passo indietro

“Non capisci un cazzo! Sei uno stronzo! Dici sempre ‘ho capito’ e poi non capisci una mazza! Questo non è lavoro!” mi grida, in giapponese, il “sensei”. Mi sciolgo in un mare di scuse ed inchini e trovo buffo che tutto quello che mi dice si traduca in dialetto napoletano nella mia mente…

Un altro passo indietro:

Una sera di luglio in un bar di Nagoya. Io ho preso un hamburger di canguro (non è uno scherzo), il tedesco poco o niente. Mi sta parlando di lavoro.

“… e dunque ti dicevo, dopo un periodo di training, abbastanza duro, ti spediranno in ufficio”.

“Ma io di questa roba non so niente però…”. dico.

“… non preoccuparti, imparerai”.

“Quanto mi daranno?” dico buttando tutto sullo spiccio.

“Ti pagheranno – cifra abbastanza alta da farmi abbandonare il mondo dell’insegnamento senza pensarci troppo su – Yen”

“Fammi parlare con ‘il capo’”

Primo pomeriggio. Il “capo” è un ragazzone alto e simpatico. E’ di discendenza coreana, di cultura e inglese più che decenti. Mi dice più o meno quello che mi ha detto il tedesco. Lui gestisce una agenzia interinale che fornisce lavoratori a questa compagnia che lavora nel campo aerospaziale. A sua volta la compagnia lavora per una compagnia MOLTO in vista. L’idea è quella di formare del personale che sappia le lingue e sia in grado di affrontare trattative con aziende che operano all’estero nello stesso settore. Il sistema è giapponese (inventato dalla Panasonic mi dicono)… indipendentemente da ciò che farai devi iniziare dalla gavetta. Ripeto al coreano quello che ho detto al tedesco:
“Non ne so niente, ma sono pronto a imparare”

Passa qualche giorno. La fabbrica madre del gruppo, come anche le altre, è molto lontana dal centro. Se non si è dotati di un mezzo proprio la si può raggiungere con la metro fino a un certo punto e quindi con il minibus aziendale. Facendo dei rapidi calcoli, quando e se inizierò questo periodo di training, dovrò svegliarmi alle 6 del mattino. Un orario improponibile per uno come me che non ha mai preso il vizio di lavorare.

Lo stabilimento è proprio sul porto, abbiamo un po’ di tempo e lo trascorriamo a parlare osservando le navi da carico su uno sfondo da incipit de ‘il neuromante’. Giunta l’ora ci rechiamo in fabbrica. Noto subito che nel piccolo parcheggio antistante c’è una Fiat 500 Abarth gialla vecchio tipo… e già intuisco per quale motivo.

Inizia la ‘mensetsu’, il colloquio (perché poi metto ‘la’ al posto di ‘il’?). Ci sono ‘il capo dei capi’, chiamato ‘SENMU’ (Direttore Generale) e il direttore alle vendite. Sono vestito con un completo gessato che mi fa sembrare un giovane laureato alla scuola Mediolanum con un masterdicomunicazioneaziendale, oppure un mafioso degli anni ’50, scegliete voi. Sorseggio una zuppa fredda e velenosa che loro hanno il coraggio di chiamare caffé su poltroncine di design italiano (in pelle umana, sospetto) in un ufficio di rappresentanza.

“… e dunque questa sarebbe la nostra idea.”

“Premetto che sono onorato di essere stato scelto da voi, onestamente vi dico che non sono preparato a questo nuovo lavoro, ma che sono pronto ad imparare” dico novello samurai che fa una dichiarazione di fedeltà al suo daimyo… intanto inizio a sentire lontano lontano il refrain del pezzo di Adam Freeland ‘WE WANT YOUR SOUL‘.

La fabbrica all’interno è… interessante. Non è grandissima, ma certo non è piccola. Dimenticavo di dirvi un particolare… l’unica fabbrica che ho visto finora è quella della Cocacola alle scuole medie. Pannelli, uniformi, apparecchiature grandi e costose, robot, tutti salutano in un modo che non ho mai sentito prima (‘lavora in sicurezza’ mi spiegheranno poi), pulizia e attenzione ai dettagli. Senmu è genuinamente simpatico. Fa battute a tutto spiano e mi mette a mio agio. Incontro, tra i vari papaveri, alti e meno alti, dell’azienda, anche il proprietario della 500 che, come sospettavo, ha la FIAT 500 ABARTH perché è quella di Lupin III… non si esce vivi dagli anni ’80, neanche in Giappone… il refrain di WE WANT YOUR SOUL continua.

Torno dall’Italia. Mi fanno 2 giorni di training, tra l’interessante e il mortalmente palloso, sulla “morale dell’azienda”, su come ci si comporta in fabbrica, la sicurezza, l’organizzazione, i does e i don’t, con tanto di video educativi (anche sul sexual harassment)… Le persone che mi impartiscono la lezione sono gentili e interessanti… WE WANT YOUR SOUL grida una voce elettronica.

Fatto questo breve training arrivo nell’altra fabbrichetta del gruppo. Silenzio tombale di tomba. Poche persone, una decina al massimo, anzi meno. Mi viene dato un armadietto… non ho un luogo per cambiarmi e lo faccio di nascosto in uno spazio angusto, l’uniforme è usata (del tedesco) ma poco me ne cale. Si inizia con gli esercizi ginnici, ore 8, urlati a tutto volume da un disco registrato che viene fatto girare in tutte le fabbriche del gruppo nello stesso momento. La voce elettronica grida WE WANT YOUR SOUL. Mi colpisce la poca voglia di fare esercizio di alcuni operai. Il caso limite è uno che si mette in disparte e muove solo le braccia facendole ondeggiare a destra e sinistra… l’atmosfera non è delle migliori.

L’addestramento vero e proprio inizia. In training con me la “ragazza-lavandino”, un cesso che nelle pause fuma a più non posso sigarette al mentolo e parla solo con il “sensei” (come se fosse suo fratello). Una cosa la comprendo subito, non sono fatto per la fabbrica. Apri i buchi nei pannelli, allargali, mettici i rivetti, toglici i rivetti… queste sono le cose che tentano di farmi imparare in 15 fottutissimi giorni da incubo dove vengo insultato ogni giorno, tutti i giorni, dal “sensei”. Il sensei è il tipico “masto” che molti campani conoscono. La figura del “masto” (il capo) è archetipica. Credo che il suo template sia sempre esistito senza essere riprogrammato dai tempi di Ramsete IV. Funziona così: io ti spiego (in dialetto) e tu cerchi di capire. Ti tratto come una merdina, visto che non sei del gruppo, un futuro ‘colletto bianco’ (che io, in fondo, detesto). Se non capisci, ti cazzeo. Non mi interessa se non hai mai visto prima un martello ad aria compressa… se sbagli, ti cazzeo. E sei fortunato che non sei dei nostri, altrimenti ti avrei pure picchiato, come che ho già fatto con altri in passato. L’educazione è questa, non ne esistono altre. Mi piace lo sport, sono ex-campione aziendale di baseball e sono di centro-destra (non capisco perché le persone vadano a Yasukuni a protestare… quelli ormai sono morti e non possono più nuocere). La ragazza-lavandino sa fare già tutto (è lì non so per quale ragione) e ride senza nasconderlo quando il “sensei” mi cazzea…
Cerco di scusarmi, cerco di chiedere… questo al “sensei” non piace, e un giorno si perita addirittura di chiamare i capi dicendo che io “gli rispondo sempre” (le mie erano solo richieste di spiegazione…)… la donna-lavandino ci mette del suo dicendo che una volta ho ADDIRITTURA utilizzato una postura non prevista (che ho subito modificato dopo essere stato redarguito da lei… ma questo la rettile non l’ha detto, ovviamente). Da quel giorno subisco in silenzio. Non mi incazzo, non serve a niente. Le pause sono lunghe però, e il “sensei” fuori dalle pause non è neanche tanto male… un brav’uomo, dopo tutto, mi trovo a pensare. Gli altri uomini (ma dovrei dire ‘spettri’) che sono nella fabbrica avranno parlato in 15 giorni meno di 30 minuti. Non sono cattivi, anzi sono gentilissimi… e depressi, nonostante non ci sia molto da lavorare lì… forse proprio per questo. L’addestramento finisce con una visita alla fabbrica del gruppo MOLTO in vista. Sono impressionato. Mi trovo nel cuore pulsante dell’industria pesante nipponica. Tutto è gigantesco, il numero di persone è esagerato, e tutti o quasi salutano il “sensei” come se fossero dei vecchi camerati che non si incontrano da un po’. Si fabbricano cose che volano in alto… alcune MOLTO MOLTO in alto. La qualità del cibo è buona come al solito ma con una grande scelta… l’atmosfera è molto diversa, sono tutti più genuinamente cordiali e per niente depressi.

Il corso termina con pochi rimpianti. Ho imparato qualche parola nuova e qualcosa sul processo produttivo. Per il resto sono stato umiliato e mi sono annoiato a morte gran parte del tempo. Non diventerò mai un operaio.

Fine parte 1 – WE WANT YOUR SOUL

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