I due Regali piu` belli

dicembre 29, 2008

Forse non ve lo hanno detto, ma il Giappone e` la patria dei Regali… e noi che si insegna siamo dei privilegiati. Anche cosine, cioccolatini, dolcetti, sono cose che fanno piacere. Quest`anno ho ricevuto parecchi regali (di cui postero` le foto pirma o poi), ma i piu` belli non sono di natura materiale (lo so, e` retorico, Amlo, prima di farmi una merda e darmi del ricchione, leggi dopo)

Regalo 1. N. N e` un ragazzino con problemi di depressione ed e` mio alunno. Ha il sogno del design italiano e ha deciso che deve andare a Milano. Me lo sciroppo tutta l`estate. E` intelligente ma a casa non fa un cazzo… lo salva il fatto che fa lezione 3-4 giorni a settimana.  Spesso arriva a scuola spossato, si sente male, e deve tornare a casa. Ha una postura dinoccolata. L`animale a cui lo rassomiglierei e` un bradipo… e ha solo 18 anni. Non e` un hikikomori, certo, ma comunque, mi trovo a pensare, non sopravvivera` in Italia.

N. torna… e` magro, ha una postura eretta, parla un italiano decente (purtroppo con inflessione milanese, ahime`), la prima cosa che mi dice e` che deve fare cacca: gli do uno scapaccione scherzoso urlandogli ” non si dice!” Ha da fare dei compiti… ha degli appunti datigli dal prof. (che poi ho scoperto copianicollati da Wikipedia!) su argilla e mattoni… roba abbastanza tosta, che presuppone conoscenze rudimentali anche di geologia. Faccio del mio meglio per spiegargli tutto… pare recepire. Finisce la lezione. Ha un dubbio: “mi dici cosa significa suca?” “E poi, una ragazza mi ha detto<<mi piaci>>, ma gli italiani lo dicono cosi` per dire, oppure?”

Ci rivediamo dopo qualche giorno, devo finire di spiegargli gli appunti. Poi, mentre camminiamo assieme, gli chiedo delle proteste studentesche, che non ha ben capito. Gli spiego brevemente che, a causa dei tagli dei fondi, ci saranno meno insegnanti e le universita` costeranno di piu`. Inoltre si incentivano le universita` private. Insomma si creera` un`universita` solo per ricchi. “Mi fa schifo questa cosa” mi dice.

Ho contribuito anche io a questo e, scusate… sono estremamente orgoglioso!

2) Devo comprare del pandoro (non chiedetemi perche`) ad un negozio di beni di importazione. Incontro al banco frigo l`ex coinquilino neozelandese.

“Toh, guarda chi c`e`, lo stronzo” Gli dico minaccioso e sorridente invadendo il suo spazio personale .

“cosa vuoi?”

“come cosa voglio, i miei soldi… devo chiamare la polizia? Ti devo spaccare la faccia?   Senti ma e` vero che uno ti ha rincorso fino alla stazione dal Kokusai Center e ti ha preso a calci nel culo?”

“chi te lo ha detto?”

“eh un uccellino”.

“Ma come siamo eleganti!” esclamo poi girandogli intorno ed “ammirando” il suo cappotto lungo.

“Sei proprio una cosa inutile” gli dico, sfilandogli cappello e sciarpa. Lui fa per rincorrermi ma sono piu` veloce. Vado fuori aspettando lui e il tipo che lo accompagna (`na faccecazz comm` a isso), ma non viene, rientro a comprare quello che devo, incrocio il suo amichetto, e gli dico “il tuo amico e` stato molto fortunato, rischia di essere sbattuto fuori e forse di farsi anche un poco di prigione”

“tu non sei un ufficiale”

“lui mi ha rubato dei soldi”

“vai e parlagli”

“come se non lo avessi fatto, digli che rischia che gli faccio sputare i denti uno a uno” lo minaccio con un sorriso sornione studiato dai telefilm americani… e` talmente un pesce di buccaccio che gli metto paura.

Li aspetto fuori, e non attraversano la strada, il coinquilino resta proprio dentro, mentre l`amichetto e` visibilmente preoccupato dagli sguardi divertiti che gli lancio dall`altra parte della strada… vedo che chiama qualcuno a tel… “meglio andare ed evitare sceneggiate qui” mi trovo a pensare, tanto il cazzo glielo ho rotto un poco… e Nagoya e` piccola, ci rincontreremo. Intanto tengo una sciarpa e un cappello nuovi (poca roba, ma e` un inizio).

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Lezioni di italiano

dicembre 21, 2008

Ho pigliato un part time. Devo insegnare ad una classe di 20 persone 20 (!!!) italiano basico (per un totale di circa 10 ore spalmate in poco più di un mese). Mi hanno anche detto: “se prepari il materiale ti diamo 10.000 yen in più”.

“Benissimo ho risposto”.

Questo è un estratto della prima lezione… E MI PAGANO PURE!!!

MANNAGGIASANT!

MANNAGGIASANT!


Il sistema legale giapponese PT 1. 日本の法律

dicembre 13, 2008
Proteggiamo e difendiamo le coste -  Vi preghiamo di collaborare contro l`immigrazione illegale e i clandestini

Proteggiamo e difendiamo le coste -Collaborate contro l’immigrazione illegale e i clandestini (Guardia Costiera, Prefettura di Ibaraki)

Questo è un documento che gira per la rete da un po’ e che ho deciso di tradurre. Si tratta di un caso emblematico e credo che ogni fan del Giappone debba leggerlo.

Questa è la vera storia di come un amico canadese è stato rapito dalla polizia giapponese. Ho ricevuto il permesso di pubblicarla sul web.

19:40, Domenica 7 luglio 2002. Sono steso sul futon a guardare un film di serie B con Pierce Brosnan. Non è un granché ma mi aiuta a rilassarmi. Anche se è domenica ho passato quasi tutto il giorno a scuola a lavorare sulla tesi. La scadenza è il 22 e sono stato abbastanza ingenuo da dire con nonchalance al prof che gli avrei dato la prima bozza due settimane prima della scadenza. Il che vuol dire domani e alla tesi manca ancora un capitolo intero… almeno posso rilassarmi per un paio d’ore guardando questo film. Ho una certa fame ma la mia ragazza arriverà attorno alle 20:00 così ceneremo in uno dei ristoranti locali. Nient’altro da fare che aspettare. Aspettare e tentare di godersi il film.
Improvvisamente sento un rumore nei pressi della porta di casa. Sembrava come se qualcuno stesse tentando di aprirla con difficoltà. Inutile dire che ero sorpreso e così andai a controllare cosa stesse succedendo. La mia ragazza non sarebbe arrivata prima di altri 30 minuti. Mentre mi avvicinavo alla porta tra le cinque e le otto persone ne hanno attraversato la soglia con forza gridando “Polizia! Polizia! (Keisatsu, Keisatsu)” Dopo che uno di loro mi ha mostrato il tesserino e quello che sembrava un mandato di perquisizione non ho avuto altra scelta che cooperare. Dopo avermi perquisito le tasche hanno iniziato a perquisire l’appartamento. Uno ha continuato a parlarmi per tutto il tempo ponendomi moltissime domande. Dal momento che non avevo commesso alcun crimine, non riuscivo a capire cosa avessi mai fatto per autorizzare una simile azione di polizia. Dopo aver chiesto molte volte mi risposero infine che ero uno spacciatore (sospettato di esserlo??). Uno spacciatore? Chiesi di nuovo e lui rispose di sì e che “abbiamo prove sufficienti, quindi è meglio che confessi subito perché renderà il tutto più facile. Se troviamo qualcosa sarà peggio per te se non avrai confessato subito”. Risposi con tutta la calma che potevo “cercate tutto il tempo che volete, tanto non faccio neanche uso di droghe, figuriamoci venderle.” Dopo aver perquisito l’appartamento per circa 45 minuti, all’improvviso uno sbirro dall’altra parte gridò: “Trovato (atta)!” In quel momento ero molto confuso quindi chiesi: “L’avete trovato?”, ma uno di loro rispose: “Non preoccuparti, non è qui ma nell’appartamento accanto, dove vive il tuo amico”.

In quel momento credetti di aver capito perché erano venuti alla mia porta. Ovviamente pensavano che fossi un amico del tizio che viveva alla porta accanto e, peggio ancora, che spacciassi con lui. Mi sembrò un chiaro caso di pregiudizio. Non sapevo se l’altro tizio stesse facendo qualcosa o meno, ma non era sicuramente mio amico o complice. Dovevano aver cercato due stranieri e siccome ero il più vicino ero una scelta ovvia. Ma, speravo, siccome non troveranno niente nell’appartamento, forse capiranno il loro errore. Che si trattasse di un errore divenne ancora più evidente allorché durante la perquisizione fecero molte considerazioni sul fatto che fossi iraniano o di qualche altro paese mediorientale. L’intera operazione culminò con l’arrivo di un “interprete” dopo circa un’ora e mezza di perquisizione. Stava parlando una lingua strana (che si scoprì essere farsi) e, dopo che fu ovvio che non lo comprendevo, se ne andò. A questo punto ci fu un po’ di confusione ma la persona che sembrava essere il capo disse “capisce un po’ di giapponese, quindi arrestatelo in giapponese” e così fecero. In quel momento mi mostrarono il “Mandato d’arresto” e dissero che mi stavano catturando per “aver venduto 10.000 yen di Marijuana e 5.000 yen di cocaina a Nakada Masazaku il 15 ottobre 2001”. Non mi lessero i miei diritti né mi parlarono della normale procedura. Siccome ho un po’ di familiarità con il sistema giudiziario statunitense, grazie a studio e film, chiesi se potevo fare una telefonata. Almeno, pensavo, avrei potuto dire alla mia ragazza di contattare l’ambasciata e possibilmente cercare un avvocato. Ciononostante, mi fu negato. Dopo aver raccolto alcuni effetti personali essenziali (dissero che mi avrebbero trattenuto solo per un paio di giorni) mi portarono via. Riassumendo: al momento dell’arresto non mi vennero letti i miei diritti (il diritto di rimanere in silenzio, il diritto di avere un avvocato ecc.).
Dopo essere giunto alla stazione di polizia, dovetti firmare svariati documenti riguardo a ciò che avevo portato con me,infine mi scattarono delle foto e mi presero le impronte. Quando dovevo andare in bagno mi facevano urinare in un bicchiere di plastica. Ancora una volta non mi informarono se avessi il diritto di rifiutare di fornire campioni di urina ma, siccome confidavo che sarei risultato negativo ai test, non sollevai troppe obiezioni. Durante tutte le operazioni ogniqualvolta domandassi perché mi avessero arrestato loro rispondevano: “le nostre indagini ci hanno portato a te” oppure: “abbiamo prove sufficienti”. Infine arrivammo ad un modulo sul quale era scritto che avevo diritto ad un avvocato. Un ufficiale di polizia (credo si chiamasse Shindō) mi informò che avevo il diritto ad un avvocato, ma quando risposi “vorrei un avvocato ma non conosco nessuno” tentò di scrivere il tutto come se non io non ne volessi affatto uno al momento. Quando protestai animatamente, rifiutando una tale formulazione, decisero di chiamarmi un interprete di inglese. Dopo aver parlato con l’interprete, protestai ancora un po’ così il documento non venne sottoscritto. Il problema è che non mi dissero che avevo il diritto ad un avvocato di ufficio (Tōban Bengoshi) nel caso non ne conoscessi alcuno, così ebbi l’impressione che, firmando, avrei perduto il diritto ad un avvocato. Stavo praticamente tentando di ottenere una qualche consulenza prima di sottoscrivere dei moduli (perché non sapevo come avrebbero potuto essere usati) ma non mi informarono su come ciò fosse possibile, quindi non firmai.
Durante l’interrogatorio, scoprii che anche una persona che viveva nell’appartamento #201 era stata arrestata e che durante la perquisizione era stata trovata della droga. In realtà non me lo dissero direttamente ma ne avevano parlato tra loro. Ciononostante, non scoprii il suo nome o altre informazioni che indicassero un coinvolgimento o amicizia. Fu inoltre particolarmente strano che mentre controllavano varie versioni delle mie tessere di identità (vivere in molti paesi, come ho fatto io, porta ad avere un gran numero, quasi sospetto, di tesserini) uno degli agenti indicò una foto particolare e disse qualcosa come: “questa somiglia molto a quell’altra foto”. Credetti che avessero una qualche foto che mi collegava al caso. Cionondimeno non c’era alcun collegamento ufficiale con il mio caso e, forse, l’unica ragione per cui colsi il commento summenzionato era che alcuni dei poliziotti non erano ancora a conoscenza del fatto che sapessi parlare giapponese e a quale livello.
Poiché il tizio della porta accanto si trovava alla stazione di polizia di Ōi, io venni portato al distretto di Kamata. Il giorno successivo (8/7/2002) sul presto venni sottoposto al primo interrogatorio. Stavolta era presente un interprete di inglese. Le domande, secondo me, furono particolarmente insignificanti, dato che riguardavano prevalentemente la mia precedente istruzione e impieghi; diedi i nominativi di molti dei miei contatti, ma i poliziotti, dicendo che avrebbero controllato, scrissero tutti i nomi da me forniti in katakana. Neanche io ero in grado di collegare quelle traslitterazioni con i nomi originali, quindi non c’era alcuna possibilità per loro di contattare il mio paese e verificare i dati originali. Mi chiesero se avessi venduto della droga il 15/10/2001 e la mia risposta alla domanda fu no, sia quel giorno che tutti gli altri. Tuttavia non chiesero niente sulle mie relazioni con la persona che viveva alla porta accanto o qualsiasi cosa giustificasse le loro dichiarazioni circa il fatto che ci fossero “prove sufficienti” contro di me. Durante l’interrogatorio fui in grado di ottenere delle informazioni sulle procedure legali giapponesi dal traduttore.

Mi informarono inoltre che potevo far contattare la mia ambasciata e chiesi di spostare l’interrogatorio a dopo così sarei stato in grado di parlare con qualcuno. Quindi, rifiutai di firmare il documento che riguardava il mio passato, ma firmai il modulo nel quale si attestava che la polizia mi aveva già informato del diritto di avere un avvocato, ma lo feci solo dopo che ebbero riformulato la dichiarazione in “prenderò una decisione a riguardo dopo essermi consultato con un rappresentante consolare della mia ambasciata”. Ancora una volta non mi era ancora molto chiaro se stessero tentando di incastrarmi provando ad usare dei documenti dall’aspetto innocente contro di me o se stessero facendo tutto secondo la legge. Tentai di far notare che la tesi del mio master doveva essere consegnata per il 23/7/2002 e che se non fossi stato in grado di consegnarla per quella data non sarei riuscito a laurearmi e conseguentemente avrei perso la mia borsa di studio e sarei stato costretto a lasciare il Giappone. In quel caso non avrebbe avuto importanza se mi avessero accusato e incarcerato, perché con il Giappone avrei chiuso.
Nel pomeriggio dello stesso giorno (8/7/2002) fui in grado di incontrarmi con un rappresentante consolare della mia ambasciata che, fra l’altro, era anche un mio amico personale. Con mio sgomento appresi che l’ambasciata non poteva fare molto per me, a parte fare pressioni per avere un interprete presente al momento dell’interrogatorio. Per il resto, ero da solo. Tuttavia il rappresentante, che nel mio paesese ercita anche la professione di avvocato, mi consigliò di non firmare niente di cui non fossi assolutamente certo e di tentare di cooperare con la polizia.
Alcune ore più tardi ricevetti un’altra visita che mi tranquillizzò parecchio. Era Kitagawa-sensei, un’avvocatessa che la mia ragazza era riuscita a convocare per una sessione gratuita di counseling. Fui in grado di ottenere alcune informazioni sul sistema legale giapponese e sulle procedure regolari. Con mia sorpresa scoprii che, indipendentemente dal fatto che avessi un avvocato o meno, sarei stato da solo durante l’interrogatorio (“qual è il vantaggio dell’avvocato?” mi chiedo, “se poi non può essere presente mentre vengo interrogato?”) e che possono tenermi in custodia per il periodo incredibilmente lungo di 23 giorni senza fornire alcuna prova. Ovviamente, la legge è stata scritta prevedendo che i 20 e più giorni di arresto fossero necessari solo in casi estremamente complessi in cui non è possibile decidere se il sospetto debba essere accusato o meno. Per arrivare a questo punto si dovrebbe incontrare il Pubblico Ministero almeno due volte e un giudice almeno una volta. Durante questi colloqui dovrebbero decidere “in base alle prove” quale dovrà essere il corretto iter.
Durante questa conversazione realizzai che non avevo afferrato alcuni punti importanti del Mandato di Arresto e degli interrogatori. Ad esempio, non ero sicuro che ci fosse un’altra persona elencata sul mandato. Questo particolare poteva essere di importanza cruciale per lo sviluppo del caso ma non potevo dirlo con certezza. Sapevo di sicuro che il mio vicino era stato arrestato e avevo buone ragioni di credere che fosse iraniano, o almeno che parlasse farsi.
Tentai di chiarire la relazione tra me e lui. Praticamente aveva traslocato nell’appartamento verso l’inizio del 2002, molti mesi dopo il presunto spaccio di droga, e lo avevo visto entrare e uscire dall’appartamento in varie occasioni. Non gli avevo mai parlato, se non per lo scambio di saluti, sempre in giapponese. Poiché si tratta di una relazione tra vicini piuttosto normale a Tōkyō, non la trovai strana. Come fece la polizia a stabilire che fossimo amici e complici, restava per me ancora un mistero.
A questo punto, non ero sicuro se la polizia avrebbe tentato di introdurre delle prove nel mio appartamento o di produrre in altro modo “prove sostanziali” del mio coinvolgimento. Dopo tutto avevano “sufficienti evidenze da provare il mio coinvolgimento” da principio, quindi non potevo esserne sicuro. Tuttavia l’avvocato mi assicurò che simili incidenti non si sarebbero verificati, quindi mi rilassai un po’. Pensavo che non avevendo trovato droghe nel mio appartamento, essendo la mia urina pulita non essendoci prove di relazioni con il mio vicino (era sicuramente questo il caso, salvo inquinamenti di prove) sarei stato rilasciato molto presto. Credo che avrei fatto meglio ad aspettarmi qualcosa.
Il giorno successivo (9/7/2002) venni portato all’ufficio centrale del pubblico ministero di Tōkyō (nei pressi della stazione della metro di Kasumi ga Seki) per un interrogatorio. Il trattamento che ricevetti durante questi interrogatori confina con il disumano. I prigionieri vengono fatti sedere su panche dure di legno per un periodo di circa 8 ore senza conversare, sdraiati, o in piedi, in una cella.
I prigionieri sono tutti ammanettati per l’intero periodo tranne un’ora per il pranzo. Il mio primo colloquio con il PM durò dieci minuti al Massimo. Venni informato della procedura giudiziaria giapponese con enfasi su parole come “basato su gravi indizi” e “adeguata punizione per i crimini commessi”. Venni inoltre informato del diritto di rimanere in silenzio, ma non mi venne spiegato cosa implica il silenzio. Poiché non avevo niente da nascondere, dimenticai di chiedere all’avvocato di chiarificare questo concetto. Negli USA, le domande che non hanno risposta non possono essere usate contro l’accusato, ma il silenzio in Giappone implica confessione? Ci si aspetterebbe qualcosa simile agli USA, ma pochissimi altri aspetti della procedura penale avevano senso, così non potevo far altro che supporre.
Insomma, dopo che mi erano state spiegate le procedure mi furono poste solo due domande. La prima era se vivessi a (indirizzo), appartamento #203, alla quale io risposi di sì. L’altra domanda fu se avessi commesso il crimine sul mandato di arresto. Dopo aver detto che non conoscevo neanche chi fosse Jaffar Salehi, l’altra persona indicata sul mandato, queste dichiarazioni vennero annotate e le firmai. Al che l’interrogatorio ebbe termine. Non vi furono domande su ciò che stessi facendo il giorno del crimine (15/10/2001) o se avessi relazioni con il mio vicino o con organizzazioni che spacciassero droga – zero. Mi venne chiesto di rispondere solo a due domande. Dopo un paio di ore di attesa estenuante, venni ricondotto a Kamata.
Il giorno successivo (10/07/2002) fu ancora peggio. Venni portato di nuovo a Kasumi ga Seki, stavolta ad incontrare il giudice. Questi non mi guardò neanche in faccia durante l’interrogatorio e il modulo era già stato compilato quando giunsi all’ufficio. L’unica aggiunta che vi apportarono era che il nome del mio paese era inserito in una clausola che permetteva al rappresentante diplomatico da____ (paese) di farmi visita al distretto. Quando mi venne chiesto se avessi commesso il crimine indicato sul mandato di arresto, ripetei ancora una volta di no, e che non conoscevo neanche chi fosse Jaffar Salehi. Al che il giudice disse che al termine delle indagini, e se io fossi stato accusato formalmente, avrei avuto tutte le opportunità di difendermi con un avvocato.
Quando uscii dall’ufficio, il traduttore mi portò un modulo su cui c’era scritto che c’erano evidenze sufficienti per credere che avessi distrutto le prove pertinenti il caso e che per esse il PM aveva il dritto di tenermi in custodia per altri 10 giorni dal 9/7/2002. Inoltre, poiché avrei potuto far filtrare delle informazioni all’esterno, mi venne proibito di ricevere visite tranne che dal mio avvocato e dal rappresentante della mia ambasciata. Quindi invece di ascoltare le mie dichiarazioni e di controllare le prove che avevano trovato (niente droga in mio possesso, niente tracce di droga nelle mie urine e nessun numero di telefono che mi collegasse al caso) venni “accusato” di distruzione di prove. Inutile dire che a questo punto non ero più convinto che stessi ottenendo un giusto trattamento o che non sarei stato incarcerato come spacciatore fino a prova contraria. Dopo che mi venne spiegato tutto ciò, tornai alla mia cella di custodia aspettando di tornare al distretto di Kamata. Durante questo periodo, ricevetti un’altra visita dal mio avvocato che , a quel punto non mi sembrava particolarmente fiduciosa. Mi disse che, stando al resoconto del mio padrone di casa, Nakada Masakazu identificò la mia foto come colui che gli vendette la droga.

Dopo essere tornato a Kamata, ebbi la possibilità di parlare con altri detenuti che conoscevano molto bene il sistema giudiziario giapponese e che mi furono molto utili. Pare che gran parte degli arrestati vengono automaticamente detenuti fino al limite legale di 20+ giorni. La sola eccezione alla regola sono i casi in cui il crimine è collegato al traffico o risolto in sede civile. Gli altri casi con tutta probabilità restano fino al limite legale. Ciò implica che quasi ogni altro caso è “molto complesso e richiede il tempo massimo per decidere se proseguire nell’accusa”. Inoltre, tutte le indagini si basano sull’ottenere un’ammissione di colpa firmata. Una volta ottenuta questa confessione, è una mera formalità condannare l’accusato in tribunale. Poiché all’avvocato non è permesso essere presente durante l’interrogatorio, posso capire come delle persone possano soccombere alla pressione e firmare “confessioni” senza comprenderne completamente le conseguenze.

La vita al distretto non era terribilmente dura. Confrontata con i viaggi per gli interrogatori all’ufficio centrale del PM, erano una passeggiata. Potevo ricevere pasti vegetariani e ottenere materiale di lettura. Il cibo era identico ogni giorno: riso coperto con una specie di fiocchi salati (furikake gohan) per colazione, due focaccine con burro o marmellata per pranzo e riso con verdure fritta e pesce (bentō) per cena. Inoltre, ogni detenuto poteva ordinare per cena una banana, latte o caffè e alle volte spaghetti fritti o riso al curry a proprie spese.
Di notte potevamo ottenere un futon con varie coperte per dormire e anche le luci, che erano costantemente accese, dopo un po’ non mi disturbarono più. La mattina dovevamo pulire la cella e l’ultimo arrivato aveva il privilegio di pulire la toilette senza detersivo o guanti. Il tempo dedicato al sonno era dalle 21 alle 6:30. I pasti erano serviti rispettivamente alle 7, 12 e alle 17. Dalle 9 alle 20:30 potevamo leggere manga e altro dalla biblioteca del distretto ed alle 21 i fumatori potevano fumare due sigarette.

Il mio interrogatorio successivo alla polizia di Ōi era fissato per il 13/07/2002. Questa volta mi venne chiesto se avessi un alibi per il 15/10/2001 e se sapessi chi fosse Jaffar Salehi; mi venne inoltre mostrata una foto del mio vicino, che io identificai come tale. Mi venne permesso di dire ancora una volta che non ero amico di quella persona. Non ci fu menzione della mia foto che era stata identificata da Nakada.
Mi aspettavo che mi mostrassero la foto chiedendomi se fossi io, o che almeno la mostrassero al mio avvocato. Dopo aver visto quella foto avrebbero avuto degli indizi per l’interrogatorio. Ma non lo fecero, quindi le domande che mi posero furono piuttosto scollegate dal caso. Mi chiesero dei miei precedenti con le droghe e delle fonti di reddito. L’unica cosa direttamente collegata al caso furono le domande su cosa avessi fatto il 15/10/2001. Dato che si trattava di una data più di sette mesi antecedente a quella dell’interrogatorio e poiché non potevo accedere al mio computer o altro che avrebbero potuto rinfrescarmi la memoria, non avevo molto da dire, ma diedi un resoconto di cosa credevo avessi fatto quel giorno. Ancora una volta tentai di sottolineare che il mio vicino probabilmente non viveva nel mio stesso stabile all’epoca del crimine e che non potevamo esserci incontrati in un luogo diverso, soprattutto perché non avevo amici iraniani e avevo pochissimi amici non collegati alla scuola, quindi non potevo aver avuto possibilità di incontrarlo prima che si fosse trasferito nell palazzo in cui abitavo. Con mio gran sollievo, riuscii ad ottenere un diniego informale alla domanda su se fossero state trovate tracce di droga nel mio appartamento o nelle mie urine. Ciò voleva dire che a quel punto la polizia sapeva che non c’erano fatti di droga a cui potevo essere collegato.
Di sicuro, quando avrebbero compreso che non potevano collegarmi a possesso o utilizzo di droga e che non potevano provare il mio collegamento con il presunto complice, non c’era nulla che potesse trattenermi in custodia più a lungo. Inoltre, quando la incontrai di nuovo, il mio avvocato mi disse che la polizia aveva ammorbidito la dichiarazione da “la foto fu identificata da Nakadata” a “È molto simile alla persona che vendette la droga” (cioè Nakatada)”. Ancora una volta, la foto in questione non venne mostrata né a me né al mio avvocato. Ci venne spiegato che la polizia e il Pubblico Ministero non erano obbligati a mostrare prove fino all’accusa formale. Una volta che fossi stato accusato formalmente sarebbero stati obbligati a mostrare tutte le prove che pensavano di usare in tribunale. In altre parole, potevano arrestarmi e tenermi dentro per oltre 20 giorni senza mostrarmi alcuna prova e forse senza avere alcuna prova tangibile. Il fatto che “identificato” potesse trasformarsi in “molto simile” non mi infondeva fiducia, sebbene fosse assolutamente la direzione più giusta per alterare le dichiarazioni. Ciononostante, poiché non c’erano ulteriori evidenze che mi collegassero al caso, sarebbe stato irrilevante anche se si fosse trattato di una identificazione positiva, considerando che l’identificazione aveva avuto luogo più di sei mesi dopo l’evento. Come sospettavo, il contratto con il quale Salehi aveva traslocato nell’appartamento (purtroppo firmato da una compagnia inesistente) era stato firmato il 15/12/2001, ovvero circa due mesi dopo il crimine. Il contratto era stato firmato dopo che la presentazione da parte di Mini-Mini, una agenzia immobiliare locale e non c’entrava nulla con me. Siccome la foto in questione non era mai stata mostrata, non ero sicuro se fosse un mio ritratto o abbastanza somigliante da far scattare un mandato di arresto. Tutte le prove che stavano venendo a galla (per quanto ne sapessi) puntavano al fatto che non avevo collegamenti al mio vicino se non quello di vivere nello stesso stabile, cosa che iniziammo a fare solo mesi dopo che il crimine era avvenuto.
È chiaro no? Beh non lo era agli occhi del PM.
Il 17/7/2002 venni portato per l’interrogatorio di medio termine all’ufficio del PM. In quel momento mi ero convinto che sarei stato accusato indipendentemente dalle prove. Questa volta l’interrogatorio dur almeno un’ora ed ebbe un contenuto più sostanziale. Tuttavia dopo le domande sulla relazione con il mio vicino e su altri rapporti, iniziammo a parlare delle mie entrate. A questo punto il Pubblico Ministero mi chiese da dove prendessi i soldi ma quando tentai di suggerire di controllare direttamente le compagnie che avevo menzionato e la mia scuola, l’argomento cambiava rapidamente. Quando riuscivo a confutare possibili fatti sospetti, ad esempio un alto numero di viaggi all’estero – che erano parzialmente finanziati dalla mia scuola e dai miei datori di lavoro part-time, passavamo ad un argomento differente, ad esempio le conversazioni al telefono cellulare. Dopo che suggerii di ottenere le informazioni direttamente dalla compagnia telefonica AU (pagavo una tariffa extra per ricevere mensilmente un elenco di tutte le chiamate effettuate dal mio telefono) mi venne risposto che non era necessario e che avrebbero preferito ottenere le informazioni così come le ricordavo. Ancora una volta trovai molto strano che non avessero chiesto ai miei datori di lavoro o alla compagnia telefonica prima che glielo suggerissi (e alla mia scarcerazione scoprii che non avevano chiesto ai datori di lavoro). L’interrogatorio consisteva in ciò che pensavo fossero domande bizzarre come “quanto tempo impiega dal suo appartamento alla stazione?” e “ha notato case vuote mentre si reca alla stazione?” Al termine dell’interrogatorio, mi venne detto di nuovo che vi erano prove evidenti per ordinare il prolungamento della detenzione di altri 10 giorni. Certamente se ci fossero state grandi prove che fossi uno spacciatore e se ci fossero stati altri incidenti simili (che mi avrebbero permesso entrate sufficienti per viaggiare all’estero. Con 15.000 yen ci si può permettere a stento un viaggio a Hiroshima, figurarsi il mio paese d’origine, ad esempio) l’interrogatorio sarebbe stato più persuasivo. Tentai di far notare ancora una volta che avrei dovuto consegnare la tesi a giorni e che trattenendomi senza prove (una cosa che ritenevo ovvia) stavo venendo punito oltre il necessario. Cionondimeno sarei stato detenuto per altri 10 giorni.
Giorni dopo, durante l’incontro con il mio avvocato fui in grado di ottenere informazioni significative sui miei movimenti il 15/10/2001. Avevo chiesto al mio avvocato di controllare alla mia scuola e al lavoro part-time per verificare se restavano delle memorie sui computer o se c’erano delle e-mail che avevo ricevuto o inviato quel giorno. Con l’aiuto di molte persone del laboratorio della scuola e al posto di lavoro, l’avvocato fu in grado di ottenere molte mail che verificavano i miei movimenti quel giorno, dimostrando che ero a scuola in mattinata e che avevo lavorato nel pomeriggio fino all’ora del crimine. Poiché i dati erano rimasti sui computer e non erano stati modificati da me sarebbero stati abbastanza forti da essere ammessi come prova.
Il mio interrogatorio successivo ebbe luogo il 20/7/2002 alla stazione di polizia di Ōi. Questa serie di domande fu la meno collegata al caso. Mi vennero fatte domande sulle mie abitudini alimentari ecc. A questo punto capii senza dubbio che l’agente che mi interrogava credeva alla mia innocenza. Vennero date varie spiegazioni che giustificavano l’arresto del mio vicino. Pare che la polizia stesse sorvegliando l’edificio da almeno una settimana e lo videro vendere droga a qualcuno. Sebbene questo giustificasse il suo arresto, mi era ancora poco chiaro perché fossi stato arrestato e perché fosse stato necessario tenermi in custodia per più di 20 giorni. Tuttavia date le circostanze, ero molto felice di sentire che l’agente si stesse (informalmente) scusando quando parlavamo del caso. Mi venne anche detto che la mia scuola avrebbe accettato la tesi anche se in ritardo, fermo restando che non fossi stato arrestato per un crimine.

L’ultimo interrogatorio ebbe luogo all’ufficio del PM il 25/7/2002. In realtà, non si trattava di un vero interrogatorio, bensì della formalizzazione delle dichiarazioni degli interrogatori precedenti. Le conversazioni precedenti furono riassunte in un unico documento. All’epoca le mie risposte vennero parafrasate e cambiate. Alle volte tentavo di obiettare, ma il PM rispondeva sempre di essere lei a decidere e che i miei commenti sarebbero stati ignorati. Ottenni la stessa risposta quando tentai di inserire le nuove informazioni che avevo ottenuto dal mio avvocato durante l’interrogatorio precedente. Pensavo che se fossi in possesso di prove circa la mia ubicazione all’epoca del crimine sarebbe stato importante inserirle nella dichiarazione finale ma, ancora una volta, il PM disse che era lei a decidere cosa fosse importante e che questo non lo era abbastanza. Non e’ strano? Tuttavia poiché il mio avvocato non era presente non sono sicuro di quanto dovrei sottolineare i vari punti delle dichiarazione e cosa mi sia davvero permesso di dire o di fare. Considerando ciò che ho visto durante le mie due settimane in custodia, non c’era niente che mi convincesse del fatto che i diritti dell’incriminato venissero considerati. Inoltre, sebbene avessi risposto in gran parte in giapponese sia al PM che alla polizia, non mi venne permesso di fare commenti nel momento in cui venne letta la dichiarazione in giapponese, ma solo quando mi venne tradotta in inglese.
Questa volta l’interprete era particolarmente cattiva, ed ebbi a correggerla e a chiederle chiarificazioni più volte. Ancora una volta, mi chiedevo se stessi esagerando, ma non potevo non sentirmi frustrato visto che mi veniva negato il diritto di avere le mie dichiarazioni scritte nel modo in cui le avevo dette, e non in un riassunto alquanto impreciso.
Ad esempio, avevo detto che il mio vicino portava gli occhiali, ma la dichiarazione indicava che indossasse sempre gli occhiali. Inoltre, durante l’interrogatorio dissi che avevo incontrato la mia ragazza nella serata del 15/10/2001, ma non ero sicuro dell’orario di incontro, ma che probabilmente era dopo l’ora del delitto. Come scoprii dall’avvocato, stavo probabilmente lavorando o tornando a casa dal lavoro all’ora in cui era avvenuto il crimine. Inoltre, la dichiarazione finale indica che mi trovavo con la mia ragazza all’epoca del crimine e quindi non potevo commetterlo. Chiaramente si tratta di una discrepanza, ma lo compresi solo quando ricontrollai la dichiarazione, dopo l’interrogatorio. Invece di ottenere le esatte parole della dichiarazione, dovetti considerare le possibili conseguenze del firmare o meno la dichiarazione così come era. Pensai che probabilmente sarei stato meglio se la avessi firmata tal quale poiché la dichiarazione più importante (e cioè che non avevo commesso io il crimine) era comunque presente. Dopo aver firmato, mi venne detto che il mio caso sarebbe stato giudicato il giorno seguente e che al momento non era possibile ottenerne una.
Poiché mi era stato detto ciò,  non potevo che pensare di essere stato ritenuto colpevole. Tutto quel tempo non era stato sufficiente a provare la mia innocenza, stavo venendo accusato e, che fossi stato ritenuto colpevole o meno, mi aspettavano almeno altri 5-6 mesi di prigione. Due mesi prima del processo e circa 3-4 mesi di processo, poiché tutti i testimoni coinvolti vengono di solito ascoltati ad intervalli di un mese l’uno dall’altro. Non era molto confortante sapere che praticamente le prove non sarebbero mai state sufficienti a scagionarmi.

Il giorno successivo non mi venne detto nulla fino alle 15. A quell’ora venni informato dalle guardie di raccogliere la mia roba perché sarei stato liberato il giorno stesso. Mi sentii molto sollevato, dopo tutto quel tempo stavo per tornare a casa. Dopo una lunga procedura per riavere tutti i miei effetti, venni infine liberato alle 19 circa del 26/7/2002, qualcosa come diciannove giorni dalla data di arresto. Fortunatamente l’ultimo giorno della mia estensione era domenica (28/7/2002) e quindi venni liberato un po’ prima. Quando venni rilasciato nessuno mi diede delle spiegazioni o si scusò. Tentai di ottenere un qualche modulo che dichiarasse che ero stato in custodia dal 7/7/2002 al 26/7/2002, ma mi venne detto che tali documenti non venivano rilasciati. Vale a dire che mi ero fatto quasi 20 giorni di custodia cautelare e non avevo prove circostanziate per dimostrarlo. Temevo che avrei avuto problemi a scuola o altro e pensavo che sarebbe stato meglio avere qualcosa che dimostrasse dove fossi stato durante questo periodo.
Inoltre, il fatto che non avessi ottenuto neanche una scusa dalla polizia o dal PM mi scioccò. Poiché il Giappone si dichiara un paese sviluppato, mi aspettavo che non permettesse che innocenti (stranieri e non) venissero arrestati e trattenuti senza prove sufficienti. E se c’è un errore, gli autori dovrebbero scusarsi e giustificare la situazione. E invece non mi venne detto nulla, neanche il freddo “scusi” che ti dicono quando urti qualcuno per strada. Dopo aver parlato con il mio avvocato, capii che le prove non sarebbero state erogate e che non avrei mai saputo se la foto identificata era davvero la mia e se aveva provocato il mio arresto. Non sono neanche sicuro di essere stato rilasciato senza alcun sospetto o se semplicemente mi abbiano lasciato andare “per questa volta” perché non avevano prove sufficienti.
Indipendentemente dal fatto che ci fossero prove iniziali che mi implicassero, mi chiedo se fosse davvero necessario tenermi custodia per tutto il tempo quando era evidente fin dal principio (o almeno sarebbe dovuto diventarlo) che non facessi uso di droghe e che non avessi niente a che vedere con il mio vicino, a parte il fatto che era il mio vicino. Infine, non dovrei almeno aspettarmi un qualche tipo di scuse formali se non una compensazione di natura pecuniaria per lo stress che ho dovuto sopportare durante i quasi venti giorni in cui ero stato trattato da criminale? Si trattava di una procedura giudiziaria davvero conforme alla legge giapponese o semplicemente di una forma di abuso da parte dell’ufficio del PM e della polizia? Dato che sono uno straniero ragionevolmente affidabile e in grado di parlare giapponese, con una posizione presso una famosa università e con dei fondi ricevuti dallo stesso governo giapponese, posso solo immaginare che tipo di trattamento venga riservato a stranieri con minor credibilità durante i processi giudiziari. Siamo davvero criminali fino a prova contraria?